Riccardo Frizza dirige l’Orchestra del Teatro Regio di Torino. Musiche di Mendelssohn, Schubert e Šostakovič.

Nel 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì che il 27 gennaio sarebbe stato il Giorno della Memoria. Per commemorare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici nei campi nazisti si scelse il giorno in cui, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Per celebrare questa ricorrenza, il Teatro Regio di Torino presenta il tradizionale Concerto per il Giorno della Memoria, venerdì 27 gennaio 2023 alle ore 20.30, per il quale il direttore Riccardo Frizza ha scelto un programma musicale che inviti alla riflessione.

Molti sono i temi che si intrecciano nelle note di questo concerto. Per questo motivo il Teatro Regio ha deciso di affidare un’introduzione del concerto a Sergio Bestente, musicologo ed editor della casa editrice EDT.

[Orchestra Teatro Regio Torino. Foto Edoardo Piva – © Teatro Regio Torino]

IL PROGRAMMA
In apertura di serata, l’Orchestra del Teatro Regio eseguirà Le Ebridi (La grotta di Fingal) di Felix Mendelssohn-Bartholdy, un’ouverture scritta nel 1830 e ispirata da un viaggio in Scozia, dove il compositore tedesco visitò la grotta di Fingal a Staffa, una delle isole Ebridi. Durante il nazismo, l’esecuzione della musica di Mendelssohn venne proibita a causa delle origini ebraiche dell’autore. Infatti, nonostante la famiglia si fosse convertita al protestantesimo, aggiungendo anche il secondo cognome Bartholdy, il nazismo censurò le sue composizioni perché ritenute troppo influenzate da quel giudaismo che il regime voleva sradicare, arrivando nel 1936 a distruggere a Lipsia una statua a lui dedicata.

Segue la Sinfonia n. 8 in si minore di Franz Schubert, una delle composizioni più note del compositore viennese. Iniziata nel 1822, non venne mai terminata a causa della morte prematura, avvenuta a soli 31 anni nel 1828. La tonalità della Sinfonia n. 8, nota come L’incompiuta, è inusuale per una sinfonia del periodo classico – infatti Haydn, Mozart e Beethoven non scrissero mai sinfonie in questa tonalità – tanto da venir spesso considerata la prima sinfonia romantica. La sua incompiutezza potrebbe simboleggiare le tante vite prematuramente spezzate dalla follia nazista.

L’ultimo brano in programma è la Sinfonia n. 9 di Dmitrij Šostakovič. Completata all’indomani della fine Seconda Guerra Mondiale, doveva essere un’opera celebrativa ed è invece un inno alla vittoria espresso con gioia forzata punteggiata di ironia, tanto che all’epoca molti lo interpretarono come un insulto ai caduti della patria.

Šostakóvič, nato a San Pietroburgo nel 1906, divenne famoso nei primi anni dell’Unione Sovietica con opere che combinavano la tradizione russa e le moderne correnti dell’Occidente. La sua musica venne talora definita decadente e reazionaria e altre volte elogiata come rappresentante della nuova arte socialista dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica. In pubblico fu sempre fedele al sistema sovietico e ricoprì anche importanti incarichi nelle istituzioni artistiche, divenendo poi membro del Soviet Supremo.
Nonostante ciò, ebbe sempre un rapporto tormentato con il governo: i suoi lavori furono periodicamente censurati e venne addirittura denunciato ufficialmente nel 1936 e nel 1948. Quello che visse Šostakóvič fu un’altra forma di totalitarismo, non quello di Hitler ma quello di Stalin che, a partire dalla metà degli anni ’30, annientò in modo non meno spietato oppositori politici e minoranze etniche, imprigionando e uccidendo milioni di persone nei Gulag.



C.S.M.
Ufficio Stampa, 18 gennaio 2023

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